R.
CESSI-A. ALBERTI, Rialto, Bologna 1934, p. 39, ne collegano l'originaria compilazione con la ricostruzione della zona di Rialto del 1322-1324. Essa fu ricopiata nella nuova loggia, costruita nel 1459;
LORENZI, Monumenti, n. 183 B.
P. MOROSINI, Historia della città e
repubblica, Venezia 1637, p. 243. cit. da GALLO, Le mappe geografiche, p. 51, nota 2. Gallo (ibidem,
nota 1) interpreta una notizia del 1442 a proposito di due "nappe" di quella sala come la più
antica testimonianza dell'esistenza di carte geografiche in Palazzo ducale. Ma "nappa" è il
termine veneziano per caminetto, e nella stanza vi sono appunto due camini, per cui la prima allusione
alle carte murali della sala delle udienze resta quella di Morosini.
Per un'analisi
esauriente di questo gruppo di manoscritti e le relative riproduzioni, si veda DEGENHART-SCHMITT,
Marino Sanudo, pp. 60 ss.
L'atlante di Vesconte è datato 1320. La cronaca di Paolino
procede fino al 1323 sotto forma di regesto (Chronologia magna), e fino al 1321 in una redazione di
tipo narrativo (Compendium oppure Satyrica historia rerum gestarum mundi). Il Liber di Marino
Sanudo venne presentato a papa Giovanni XXII nel 1321, ad Avignone. L'album di Vesconte
appartiene alla Biblioteca Vaticana, dove si conservano anche manoscritti delle altre opere, complete di
planisferi; ALMAGIÀ, Planisferi, sez. I, nn. 1, 4 e 5. Per il carattere eterogeneo della cartografia in
tutte queste opere cfr. D. WOODWARD, Medieval Mappaemundi, in History of Cartography, I, pp.
314 ss.
"Sine mapa mundi ea, que dicuntur de filiis ac filiis filiorum Noe et que de
IIIIor monarchiis ceterisque regnis atque provinciis tam in divinis quam humanis scripturis, non tam
difficile quam impossibile dixerim ymaginari aut mente posse concipere. Requiritur autem mapa
duplex, picture ac scripture. Nec unum sine altero putes sufficere, quia pictura sine scriptura provincias
seu regna confuse demonstrat, scriptura vero non tamen sufficienter sine adminiculo picture
provinciarum confinia per varias partes celi sic determinat, ut quasi ad oculum conspici valeant" (VON
DEN BRINCKEN, Zur Universalkartographie, e Mappa mundi [...], rispettivamente a pp. 261 e 127. Il
testo è trascritto con minore accuratezza in ALMAGIÀ, Planisferi, sez. I, n. 1, p.
4).
R. A. SKELTON-E. S. RÀFOLS, A Contract for World Maps at Barcelona,
1399-1400, in "Imago mundi", XXII, 1969, pp. 107 ss. Baldassare e i suoi familiari fabbricavano e
smerciavano su larga scala gioielli e oggetti d'avorio, prima da Firenze e poi da Venezia; J. VON
SCHLOSSER, Die Werkstatt der Embriachi in Venedig, "Jahrbuch der kunsthistorischen Sammlungen [...] in Wien", XX, 1899, pp. 220 ss.; R. TREXLER, [...] The Ubriachi of Florence and Venice, in
"Studies in Medieval and Renaissance History", N. S. I, 1978, pp. 127 ss.
DESTOMBES, Mappemondes, pp. 208 ss.
GASPARRINI LEPORACE-ALMAGIÀ,
Mappamondo di fra Mauro, Roma 1956; DESTOMBES, Mappemondes, pp. 223 ss. Cfr. anche le
osservazioni contenute nel saggio Mappe come metafore, in questo volume a pp.
104 ss.
GASPARRINI LEPORACE-ALMAGIÀ, Mappamondo di fra
Mauro, pp. 5 ss. A. CORTESAO, Cartografia e cartógrafos portugueses dos seculos XV e XVI,
Lisbona 1935, I, pp. 122 ss. L'ultima notizia della mappa risale al 1528, quando essa fu vista nel
convento di Alcobaça.
Così riferisce Bartolomeo Fazio nel suo De viris
illustribus del 1456. Il brano è più facilmente accessibile in M. BAXANDALL, Giotto and
the Orators, Oxford 1971, p. 165. Un illustre parente di Filippo di Borgogna, Jean, duca di Berry - uno
dei più grandi collezionisti di tutti i tempi - possedeva almeno tre mappaemundi,
nonché una carta della Terrasanta; J. GUIFFREY, Inventaires de Jean Duc de Berry, 1401-1416,
Parigi 1894-1896, I, inv. A, nn. 986-988, II, p. 317, n. 195.
C. STERLING, Le mappemonde de
Jan van Eyck, in "Revue de l'art", n. 33, 1976, pp. 69 ss., data la mappa
di van Eyck al 1435 circa e pensa che si trattasse di una carta tipo T-O, disegnata in prospettiva. Una
simile datazione non trova alcuna conferma diretta, e la descrizione della mappa fornita da Fazio, e
addotta da Sterling a sostegno della sua tesi, pare piuttosto escludere che si potesse trattare di una carta
prospettica. Infatti le parole usate da Fazio ("locorum distantiam metiendo dignoscas") fanno piuttosto
pensare ad una proiezione in piano, poiché lo scorcio prospettico avrebbe impedito l'esatta misurazione delle distanze. Ma anche le mappaemundi manifestamente simboliche, come i planisferi di
Hereford e di Ebstorf, hanno la pretesa di mostrare le distanze, per cui l'affermazione di Fazio potrebbe
essere null'altro che una formula stereotipata usata comunemente per descrivere le carte.
DENGEL, Sulla mappa mundi, pp. 164 ss., con ulteriore bibliografia.
P.
KRlSTELLER, Andrea Mantegna, Berlino-Lipsia 1902, doc. nn. 126-127. La villa fu demolita nel
XVIII secolo, ma la descrizione in un'opera cinquecentesca della mappa perduta lascia intendere che era
stata compilata secondo il criterio sincretistico di altri mappamondi. Raffigurava "in modo diligente" i
popoli, le terre e i mari del mondo, e chiariva l'intenzione dell'artista tramite il motto affissovi:
"QUOD HUIC DEEST ME CRUCIAT". Cfr. L. SCHRADER, Monumentorum Italiae [...] libri quatuor,
Helmstadt 1592, c. 335v., cit. in La scienza a corte. Collezionismo [...] a Mantova fra Rinascimento e
Manierismo, Roma 1979, p. 197, nota 81.
ZIPPEL, Cosmografi, pp. 843
ss.
Inutile dire che si continua a trovarli, anche a quest'epoca, nelle biblioteche
monastiche. Si vedano gli inventari già citati nella nota 81. Nella seconda metà del
XV secolo, però, i planisferi cominciano ad entrare anche nelle biblioteche - e nelle aule -
universitarie. Sappiamo, per esempio, che nel 1492 l'università di Ingolstadt possedeva ed
esponeva una "mappa mundi descripta in pergameno magno et extenso in lignis quadrangulariter, que
pendet in pariete versus lectorium Senece post pulpitum"; Bibliothekskataloge Deutschlands, cit. alla
nota 81, III, p. 253, riga 20.
Si vedano le opere di carattere generale già citate
alla nota 63.
H. N. STEVENS, Ptolemy's Geography. A Brief Account of All the
Printed Editions Down to 1730 [...], Londra 1908.
F. BERLINGHIERI, Geographia,
Firenze 1482 (sic); ristampato con un'introduzione di R. A. Skelton, Amsterdam 1966 ("Theatrum
orbis terrarum", serie 3, IV).
M. DESTOMBES, Catalogue des cartes gravées
au XVe siècle, Parigi 1952 ("Rapport de l'Union Géographique Internationale, Commission
pour la Bibliographie des Cartes Anciennes", II). R. ALMAGIÀ, On the Cartographic Work of
Francesco Rosselli, in "Imago mundi", VIII, 1951, pp. 27 ss.
P. PASCHINI, Le
collezioni archeologiche dei prelati Grimani [...], in "Rendiconti della pontificia Accademia romana di
archeologia", V, 1926-1927, pp. 175, 189. Il primo globo era stato fabbricato a Norimberga, da
Martin Behaim, nel 1492.
G. GAYE, Carteggio inedito di artisti, Firenze
1839-1840, II, n. 20.
D. MARZI, Notizie intorno ad un mappamondo e ad un globo
terrestre [...], in Atti del III Congresso geografico italiano, Firenze 1899, II, pp. 551
ss.
Nell'inventario, redatto nel 1536, della biblioteca dell'imperatore Carlo V a Bruxelles, figura
non solo un mappamondo in otto parti, ma anche un globo. Cfr. M. MICHELANT, Inventaire des
joyaux, ornements d'eglise, [...] livres, [...] de Charles Quint, in "Bulletin de l'Académie royale
des sciences, des lettres et des beaux-arts de Belgique, Commission royale d'histoire", serie 3a, XIII,
1872, pp. 233, 271. La mappamundi, che consisteva di otto fogli legati insieme come "un long livre",
doveva essere del tipo dell'atlante catalano del 1375 di Parigi.
WElL-GARRIS-D'AMICO, Ideal Palace, pp. 45 ss. Il testo stesso è trascritto in questo volume, nel saggio
Mappe come metafore, alla nota 46.
RÖHRICHT, Bibliotheca geographica Palaestinae,
a cura di D. H. K. AMIRAN, Gerusalemme 1963, pp. 598 ss. e 736 ss.; IDEM, Karten und Pläne zur
Palästinakunde [...], in "Deutscher Palästina Verein, Zeitschrift", XIV, 1891, pp. 137 ss, XV, 1892,
pp. 34 ss.; MILLER, Mappaemundi, III, pp. 61 ss. Si veda anche L. H. HEYDENREICH, Ein
Jerusalem-Plan aus der Zeit der Kreuzfahrer, in Miscellanea Pro Arte. Hermann Schnitzler zur
Vollendung des 60. Lebensjahres [...], a cura di P. BLOCH-J. HOSTER, Düsseldorf 1965 (Colonia,
Freunde des Schnütgen Museum,"Schriften", I), pp. 83 ss.
Il formato circolare ha
in sé un significato mistico, in quanto riproduce in parvo la forma del mondo. L'esempio qui
riprodotto (Miller, n. 2) è tratto da un manoscritto di poco successivo al 1164 conservato alla
Bibliothèque Albert Ier di Bruxelles che contiene le storie di Roberto e Fulcherio,
nonché altri testi del tempo delle Crociate; v. FULCHERIUS CARNOTENSIS, Historia
hierosolymitana, a cura di H. HAGENMEYER, Heidelberg 1913, p. 102, ms. "P".
A. e M. LEVI, The Medieval Map of Rome in the Ambrosian Library's Manuscript of Solinus, in
"Proceedings of the American Philosophical Society", CXVIII, 1973, pp. 567 ss.
G.
FIAMMA, Chronicon extravagans et Chronicon maius, a cura di A. CERUTI, Torino 1869 ("R.
Deputazione di storia patria per le antiche provincie e la Lombardia. Miscellanea di storia italiana",
VII), tav. successiva a p. 784. La pianta di Milano è discussa e riprodotta anche in E.
VERGA, Archivio storico di Milano. Catalogo ragionato della raccolta cartografica e saggio storico
sulla cartografia milanese, Milano 1911, pp. 4 ss. Per la cronaca di G. Fiamma e le descrizioni
encomiastiche di città in generale si veda J. K. HYDE, Medieval Descriptions of Cities in
"Bulletin of the John Rylands Library (Manchester), XLVIII, 1965-1966, pp. 308 ss.
FRUTAZ, Piante di Roma, nn. 72, 74, con ulteriore bibliografia. Si veda anche
DEGENHART-SCHMITT, Marino Sanudo, pp. 86 ss. Per la cronaca di fra Paolino v.
ibidem.
G. SCAGLIA, The Origins of an Archeological Plan of Rome by Alessandro
Strozzi, in "Journal of the Warburg and Courtauld Institutes", XXVII, 1964, pp. 136 ss. La copia di
A. Strozzi della pianta di Flavio Biondo è contenuta in un manoscritto di VALERIUS
PROBUS, De antiquorum notis interpretandis documentum, della Biblioteca Mediceo-Laurenziana di
Firenze, ms. Redi 77, fols. 7v.-8r.
V. sopra, nota 31.
WEISS, Renaissance Discovery, Oxford 1969, p. 79.
L'intero gruppo delle piante archeologiche di Roma del XV secolo è ampiamente discusso da
Weiss alle pp. 90 ss.
L. VALPOLICELLA, Genova nel secolo XV. Note d'iconografia
panoramica, in "Atti della Società ligure di storia patria", LII, 1924, pp. 251 ss., in particolare
pp. 263 ss. Per le frasi citate qui sotto, e omesse da Valpolicella, si veda la trascrizione completa della
lettera di Ivani in A. N(ERI), Una lettera di Antonio Ivani a Donato Acciaiuoli, in "Giornale
ligustico", VII-VIII, 1881. pp. 120 ss. "Eas urbis Genue partes, que per picturam tradi possunt, ad te
mitto, non ut egregiam picturam, sed ut veram", scrive Ivani, "representantem vere non totam urbem,
sed eas partes que scriptoribus sufficere possint, quom loca eiusmodi ad propositum narrationis
veniunt".
Infatti le più antiche raffigurazioni di questo tipo sono proprio
vedute, e non piante. Si veda la veduta di Gerusalemme di Arculfo, del 670 circa, e quella di Verona,
del 920 circa, del vescovo Raterio. Copie antiche della prima sono comprese in varie redazioni del De locis sanctis di Arculfo, e nel sunto di quest'opera compilato da Beda. La veduta è riprodotta da
T. TOBLER, Planography of Jerusalem, Gotha 1858, fig. 10; l'elenco dei manoscritti si trova in
Itinera Hierosolymitana et descriptiones Terrae Sanctae, a cura di T. TOBLER-A. MOLINIER, Parigi
1879 ("Publications de la Société de l'Orient latin, série géographique, I-II,
Itinera Latina", I), pp. xxx ss. Quanto alla seconda, nella Biblioteca Capitolare di Verona si conserva
una copia settecentesca della veduta della città, tratta da un originale - ora perduto - che
corredava l'esemplare appartenuto al vescovo Raterio della Verona rythmica descriptio dell'VIII secolo.
La veduta è discussa e riprodotta in Verona e il suo territorio, a cura di V. CAVALLARl-P.
GAZZOLA-A. SOLARl, Verona 1960-1984, II, pp. 39 ss., 232 ss. e 481 ss., ripr. di fronte alle pp.
192, 485. L'argomento è stato ripreso di recente, con ampia bibliografia, da V. GALLIAZZO,
Il ponte di pietra di Verona, in "Atti e Memorie dell'Accademia di agricoltura, scienze e lettere di
Verona", CXLV (=serie 6a, XX), 1968-1969, pp. 564 ss.
La proiezione a volo d'uccello è
stata usata anche per raffigurare nove importanti città europee e mediorientali, le cui vedute
sono incluse tra le tabulae novae di tre copie manoscritte fiorentine della Geografia di Tolomeo,
miniate da Pietro del Massaio fra il 1455 circa e il 1473. Le città sono Alessandria, il Cairo,
Costantinopoli, Damasco, Firenze, Gerusalemme, Milano, Roma e Venezia (uno dei manoscritti ha in
aggiunta una tavola di Adrianopoli; un altro di Volterra). Le immagini appartengono al genere che
proporrei di definire "veduta encomiastica", in quanto non vi è rappresentata che un'antologia dei
monumenti più cospicui di ogni singola città, sparsi a caso all'interno dei confini geografici
urbani. Le vedute di questo tipo non pretendono di fornire una documentazione topografica completa:
quella di Roma, per esempio, non è che una copia del perduto disegno archeologico di Flavio
Biondo, già ricordato in precedenza. Non sembra si avvertisse alcuna contraddizione tra queste
immagini di carattere ideale e il contenuto scientifico dell'opera di Tolomeo. Se ne può quindi
dedurre che tra i collezionisti dei codici finemente miniati della Geografia tolemaica non si era ancora
risvegliato l'interesse per le descrizioni cartografiche urbane inedite e fedeli al vero. Due dei tre codici
sono conservati in Vaticano, il terzo a Parigi cfr. TOLOMEO, Geographiae codex [...], I, Commentatio, pp. 217 ss., nn. L-27, L-28 e L-29. Per i manoscritti vaticani si veda anche ALMAGIÀ,
Planisferi, sez. II, nn. 3A-3B.
Un esempio più tardo di veduta urbana "encomiastica", a
volo d'uccello, ci viene fornito dall'immagine di Ferrara, inserita nella cronaca manoscritta di quella
città compilata da Pellegrino Prisciani intorno al 1498; v. F. BORGATTI, La pianta di Ferrara
nel 1497, in "Atti e memorie della Deputazione ferrarese di storia patria"; VII, 1895, I, pp. 12
ss.
Trovo comunque giusto citare almeno alcuni esempi. Per il VI secolo si possono
ricordare le vedute di città palestinesi incluse nella mappa a mosaico di Madaba, le
città egiziane sui pavimenti delle chiese paleocristiane di Gerasa - un'altra località della
Giordania - e le vedute di Betlemme (Ecclesia) e di Gerusalemme (Synagoga) ai lati del chrismon,
sopra l'arco trionfale di S. Vitale in Ravenna. Si veda sopra, nota 68; F. M. BlEBEL, Gerasa, a cura di
C. H. KRAEHLING, New Haven 1938, pp. 327 ss., 333 ss.; la Fig. 22 del presente saggio, oppure
F. W. DEICHMANN, Ravenna, Hauptstadt des spätantiken Abendlandes, Baden-Baden-Wiesbaden
1958-1989, I, p. 247, III, figg. 311, 348-349. Biebel (Gerasa, cit., pp. 341 ss.), fa una breve storia
delle vedute urbane a volo d'uccello dall'epoca ellenistica fino agli inizi del Medioevo. La formula
adottata a Gerasa e a Ravenna - una piccola città cinta di mura, da cui spuntano torri e tetti, il
tutto visto dall'alto - è piuttosto comune in tutta l'antichità classica. La ritroviamo
negli affreschi pompeiani e soprattutto nei trattati degli agrimensori romani. Si trattava probabilmente
di un'immagine convenzionale, desunta dalle più antiche rappresentazioni cartografiche; cfr. O.
A. W. DILKE, Illustrations from Roman Surveyors' Manuals, in "Imago mundi", XXI, 1967, pp. 9
ss.; Idem, Roman Land Surveyors; e LEVI, Itineraria picta, pp. 51 ss. Questo schema era destinato a
sopravvivere per tutto il corso del Medioevo; v. sotto, nota 116.
Fra gli esempi più tardi
si possono citare le raffigurazioni di Gerusalemme e di altre città nei mosaici pavimentali della
cattedrale di Lione, degli inizi del XII secolo, e in quelli - di poco precedenti - di St.
Paul-Trois-Châteaux (Drome), riprodotti da H. STERN, Les mosaïques de la Cathédrale [...] de
Lyon, in "Cahiers archéologiques", XIV, 1964, pp. 217 ss.
Come, ad
esempio, le vedute urbane nei mosaici del V secolo di S. Maria Maggiore a Roma, o sulle miniature,
lievemente più tarde, del Genesi di Vienna. Esse rispecchiano la formula degli antichi manuali
di agrimensura già ricordati nella nota 115. Cfr. C. CECCHELLI, Mosaici di S. Maria
Maggiore, Torino 1956; B. BRENK, Die frühchristlichen Mosaiken in S. Maria Maggiore zu Rom,
Wiesbaden 1975, pp. 147 ss.; Die Wiener Genesis, a cura di W. von Hartel-F. Wickhoff, Vienna 1895
("Jahrbuch der kunsthistorischen Sammlungen.des allerhöchsten Kaiserhausers", Beiheft,
XV-XVI).
Questa particolare convenzione rimase in vita per tutto il Medioevo. Si vedano, ad
esempio, la Caduta di Gerico nella Bibbia del IX secolo di Carlo il Calvo (Roma, S. Paolo fuori le
Mura), il Miracolo della tomba di san Clemente nel ciclo di affreschi del 1085-1115 nella basilica di S.
Clemente a Roma, o la
Tentazione di Cristo (uno dei pannelli della Maestà di Duccio) del 1308-1311, ora alla Frick Collection
di New York. Per le riproduzioni si veda rispettivamente C. R. DODWELL, Painting in Europe, 800 to
1200, Harmondsworth-Baltimora 1971 ("Pelican History of Art"), figg. 43, 152, e la Fig. 24 del
presente saggio. L'immagine si riduce talora al semplice anello delle mura con le loro torri, mentre gli
edifici all'interno della cinta muraria vengono sostituiti da figure. Si veda l'immagine di Cristo nella
Gerusalemme celeste, affrescata sul soffitto del vestibolo di S. Pietro a Civate, o il rilievo in avorio
con la Natività dello Schnütgen Museum di Colonia, ambedue del XII secolo: riprodotti da DODWELL,
fig. 170, e H. FILLITZ, Das Mittelalter, Parte I, Berlino 1969 ("Propyläen Kunstgeschichte", V),
fig. 331.
La formula più spesso usata durante il Medioevo consiste in una veduta
prospettica di vari edifici di diverse altezze, vagamente distinti in strutture civili o ecclesiastiche e
disseminati sull'intero sfondo, o solo su una determinata zona. Questo tipo di immagine si incontra
già nelle miniature e negli affreschi dell'epoca ottoniana; si vedano i codici riprodotti da P.
BLOCH-H. SCHNITZLER, Die ottonische kölner Malerschule, Düsseldorf 1967-1970, o gli affreschi di
St. Georg im Oberzell, Reichenau, riprodotti da Dodwell, fig. 52. Lo ritroviamo nei mosaici di
Monreale del XII secolo; cfr. O. DEMUS, The Mosaics of Norman Sicily, Londra 1949. Un esempio
della metà del XIII secolo ci è offerto dalla veduta urbana che fa da sfondo
all'Apparizione dei SS. Pietro e Paolo a Costantino nella cappella di S. Silvestro ai SS. Quattro
Coronati a Roma; cfr. E. W. ANTHONY, Romanesque Frescoes, Princeton 1951, fig.
100.
Si vedano, ad esempio, le vedute urbane sui sigilli dei comuni di Padova (Fig.
25; in uso dal 1256) e di Brescia (della fine del XIII), o quelle che figurano spesso sui sigilli imperiali
a partire dal XII secolo. Cfr. G. C. BASCAPE', I sigilli dei comuni italiani [...], in Studi di paleografia,
diplomatica, storia e araldica in onore di G. Manaresi, Milano 1953, pp. 59 ss.;
IDEM, Sigillografia. Il sigillo nella diplomatica, nel diritto, nella storia, nell'arte [...], Milano
1969 (Fondazione italiana per la storia amministrativa, "Archivio", X), pp. 205 ss.; ERBEN,
Rombilder auf [...] Siegeln.
Anche queste immagini sembrano ispirate ad esempi
dell'antichità classica. Si veda A. SUHLE, Der Einfluss der Antike auf die Münzbilder des
Mittelalters, in Wissenschaftliche Abhandlunge des deutschen Numismatikertages, Göttingen 1957, a
cura di E. BOEHRINGER, Göttingen 1959, pp. 59 ss.
È solo con la seconda
generazione di cartografi italiani e catalani che le vedute urbane fanno il loro ingresso nei portolani.
Esse prendono la forma di torri o di cinte murarie turrite, su cui sventola spesso uno stendardo con lo
stemma della città. Gli esempi più antichi - come quelli che appaiono sulle carte
nautiche del terzo e quarto decennio del Trecento di Perrinus Vesconte, Angelino Dalorto e il suo possibile omonimo Angelino Dulcert - sono piccole strutture quadrangolari turrite disegnate in elevazione e
non in prospettiva. Esse ricordano stranamente i simboli di città delle mappe che corredano i
codici tolemaici provenienti dalla Grecia. E solo nella seconda metà del XIV secolo che
queste forme cominciano ad essere disegnate in prospettiva, come si vede, ad esempio, nel planisfero di
Pizzigani del 1367. Salvo rarissime eccezioni, le immagini mantengono un carattere convenzionale e
sono prive di
connotazioni topografiche
individuali. Tuttavia nelle raffigurazioni di Genova si possono riconoscere la rada, il molo e il faro,
mentre talora in quelle di Venezia (cfr. la mappa di Pizzigani; Fig. 3) si distinguono il campanile e la
basilica di San Marco. Ma Genova e Venezia erano i centri principali della cartografia italiana e
avevano quindi diritto ad un trattamento di favore, proprio come avveniva per le città natali
degli editori delle prime cronache a stampa. Per i portolani si veda la nota 51 del presente saggio, e per
i simboli urbani tolemaici J. FISCHER, Die Stadtzeichen auf den Ptolemäuskarten, in "Kartographische und schulgeographische Zeitschrift", VII, 1918, pp.49 ss.
Riprodotti
integralmente in C. H. WEIGELT, Giotto. Des Meisters Gemälde, Berlino-Lipsia-Stoccarda 1925
("Klassiker der Kunst", XXIX), e L. COLETTI, Gli affreschi della Basilica di Assisi, Bergamo
s.d.(1945).
Opere in gran parte riprodotte e facilmente accessibili in VENTURI, Storia
dell'arte italiana, V, VII-i e VII-iv; E. PANOFSKY, Early Netherlandish Painting, Cambridge, Mass.
1953.
Les chefs-d'oeuvre du Musée de Cologne (catalogo della mostra di Parigi,
Musée de l'Orangerie), Parigi 1955, n. 5, con bibliografia.
Les grands
chroniques de France, a cura di H. OMONT, Parigi 1906, tav. IV. Una veduta analoga appare sullo
sfondo del Martirio di San Giacomo nelle Hours of Etienne Chevalier, a cura di C. STERLING-C.
SCHAEFER, Londra-New York 1972, tav. XXIV.
VENTURI, Storia dell'arte
italiana, VII-i, fig. 234; A. PADOA RlZZO, Benozzo Gozzoli pittore fiorentino, Firenze 1972, fig.
131.
W. BOMBE, Geschichte der peruginer Malerei, Berlino 1912 ("Italienische
Forschungen", V), pp. 97 e 105 ss.; VENTURI, Storia dell'arte italiana, VII-i, fig.
303.
C. Ricci, Cento vedute di Firenze antica, Firenze 1906, tav.
LIX.
Il dipinto napoletano è di poco precedente al 1487, ma illustra un
avvenimento del 1464. Si veda W. ROLFS, Il più antico dipinto [...] di Napoli, in "Archivio
storico per le province napoletane", XXXII, 1908, pp. 736 ss., e V. SPINAZZOLA, Di Napoli antica
[...], in "Bollettino d'arte", IV, 1910, pp. 125 ss. Per Genova abbiamo due dipinti del
Museo navale di Pegli: il primo è del 1597, ma riproduce un'opera del 1486 circa, mentre il
secondo precede di poco il 1514. Cfr. F. PODESTÀ, Il porto di Genova, a cura di G. PESSAGNO,
Genova 1913, pp. 426 ss.; L. VALPOLICELLA, Genova nel secolo XV, cit. alla nota 113; P.
REVELLI, Figurazioni cartografiche di Genova (1435-1935), Genova 1936, tavv. II-III. La
maggioranza degli autori pensa che il primo sia l'originale del 1486 circa, anche se ridipinto, mentre
Pessagno lo considera una copia di un originale perduto.
La serie dei dipinti che illustrano il
Sacco di Roma del 1527 sullo sfondo della veduta di Francesco Rosselli è un ulteriore esempio
di veduta urbana specifica, utilizzata per ambientare correttamente un evento storico; v. sopra, nota
13.
E. BATTISTI, Cimabue, University Park, Pa. 1967, pp. 34 ss. Si veda anche J.
STRZYGOWSKI, Cimabue und Rom, Vienna 1888, pp. 85 ss., e G. L. BERTOLINI, Gli Evangelisti di
Assisi e qualche altro caso di iconografia geografica, in "Bollettino della Società geografica
italiana", XLVIII (serie 4a, XII-i), 1911, pp. 360 ss.
C. RICCI, Vedute di Firenze antica, cit. nota 125, tav. IX.
Un'incisione anonima del primo Cinquecento raffigura Sant'Antonio di Padova con accanto i suoi attributi, cioè delle nitide prospettive di Padova e della basilica del Santo; cfr. HIND, Early Italian Engraving, I, sez. E-III, nn. 55, II, tav. 440.
C. GASPAROTTO, Il contenuto storico degli affreschi antoniani della cappella del beato Luca, in "Il Santo", N.S. X, 1970, pp. 297 ss.
M. MEISS, French Painting in the Time of Jean de Berry: the Limbourgs and their Contemporaries, New York 1974, I, pp. 201 ss.
W. ERBEN, Rombilder auf [...] Siegeln, pp. 49 e 57. Un altro esempio di immagine urbana simbolica, dove le caratteristiche individuali della città assurgono al ruolo di emblema, è quello del modelletto in argento di Parma del 1247, eseguito come offerta votiva alla Vergine, in occasione dell'assedio da parte di Federico II. Così lo descrive il cronista Salimbene de Adam, che ebbe modo di vederlo: "Et erant ibi maiora et precipua edificia civitatis fabrefacta totaliter de argento, ut maior ecclesia, que appellatur domus, [...]. Baptisterium similiter erat ibi et palatium episcopi et communis palatium et alia edificia quam plura, que civitatis effigiem presentarent"; Cronica, a cura di O. HOLDER-EGGER, Hannover 1905-1913
("Monumenta Germaniae Historica. Scriptores", XXII), p. 196; altra edizione
a cura di G. Scalia, Bari 1966 ("Scrittori d'Italia", CCXXXII-CCXXXIII), I, p. 283. A giudicare dalla
descrizione di Salimbene, nella scelta degli edifici il modelletto ricordava le piante e le vedute eseguite
in quegli stessi anni per fini encomiastici. V. sopra, p. 32.
L'uso di offrire in voto la città
al santo patrono per tramite di un'immagine della città stessa doveva protrarsi ancora per
secoli. Infatti, l'unico votivo di questo tipo il cui aspetto è noto, è il modello della
città di Vicenza, dedicato alla Vergine nel 1578 in occasione della peste, e raffigurato in una
pala di Alessandro Maganza; cfr. G. FASOLO, Notizie d'arte e di storia vicentina, in "Archivio
veneto", serie 5a, XXII, 1938, pp. 292 ss. Vi si distinguono le mura di Vicenza e un florilegio dei
suoi edifici, fra cui il Duomo, la Basilica palladiana e la torre comunale.
In casi eccezionali,
anche una minuscola mappa di un certo territorio poteva fungere da emblema sulla matrice di un
sigillo. La bolla d'oro di Federico II, in uso a partire dal 1226, raffigura una mappa dello stretto di
Messina; cfr. G. L. SCHLUMBERGER-F. CHALANDON-A. BLANCHET, Sigillographie de l'Orient latin, Parigi 1943, p. 22, n. 50, tavv. I-4. Anche in questo caso si era forse presa a modello una moneta antica; si veda il tetradramma di Efeso del IV A. C., che raffigura una piccola mappa dell'entroterra della città; A. E. M. JOHNSTON, The Earliest Preserved Greek Map [...], in "Journal of Hellenic Studies", LXXXVII, 1967, pp. 86 ss.
FRUTAZ, Piante di Roma, n. 105. F. ZINK, Die frühesten Städteansichten auf deutschen Medaillen und Münzen, in "Anzeiger des Germanischen Nationalmuseums", 1954-1959, pp. 192 ss.
E. CAIROLA-E. CARLI, Il Palazzo pubblico di Siena, Roma 1963, tav. XL; N. RUBINSTEIN, Political Ideas in Sienese Art [...], in "Journal of the Warburg and Courtauld Institutes", XXI, 1958, pp. 189 ss.
Altri incunaboli con vedute sono il Rudimentum novitiorum di L. Brandis (Lubecca 1475), la Chronic der Sachsen di Botho (Magonza 1492), e la Cronica der hilligen stat van Coellen (Colonia 1499). Sono tutti esaurientemente descritti da L. Baer, Die illustrierten Historienbücher des 15. Jh. [...], Strasburgo 1903. Per la bibliografia più recente si vedano le relative schede in H. KUNZE, Geschichte der Buchillustration in Deutschland: I, Das 15. Jahrhundert, Lipsia 1975 (la tesi del 1949 di P. VOLKELT, Die Städtansichten in den grossen Druckwerken [...] des 15. Jh., dell'Università di Marburgo, è priva di interesse). Tipici esempi delle vedute degli incunaboli tedeschi, scelti tra tutta la gamma di pubblicazioni in cui appaiono, sono riprodotti nel catalogo della mostra promossa dal Cabinet des estampes del Musée d'art et d'histoire di Ginevra, La ville au Moyen Age. Gravure allemande du XVe siècle, Ginevra 1975.
E. RÜCKER, Hartmann Schedels Weltchronik, seconda ediz., Monaco di Baviera 1988 ("Bibliothek des Germanischen Nationalsmuseums Nürnberg", XXXIII), in particolare pp. 72 ss. (le vedute) e pp. 85 ss. (la collazione delle due edizioni).
A. WILSON, The Nuremberg Chronicle Designs, San Francisco 1969; IDEM, Making of the Nuremberg Chronicle.
M. SANDER, Le livre à figures italien, New York 1941, nn. 3816 (ripr.) e 937. Il frontespizio di Bernardino è riprodotto da P.
Kristeller, Early Florentine Woodcuts, Londra 1897, n. 53, tav. I.
H. W. DAVIES,
B. von Breydenbach and His Journey to the Holy Land, Londra 1911, pp. XXII ss.; H. KUNZE,
Geschichte der Buchillustration [...], cit. nota 134, I, pp. 332 ss., II, tavv. 256 ss.
SCHULZ, Pinturicchio, pp. 36 ss.; SANDSTRÖM, Programme for the [...] Belvedere, pp. 35 ss.; D.
REDIG DE CAMPOS, I Palazzi Vaticani, Roma 1967 ("Roma cristiana", XVIII), p.
77.
Dà notizia delle lettere inedite BROWN, Francesco Bonsignori, pp. 84 ss.
L'autore mi ha gentilmente fornito i testi stessi, per cui gli sono vivamente grato. Le lettere
già note sono state pubblicate da LUZIO, Disegni topografici, pp. 276 ss.
I
lavori della villa procedettero ad intervalli tra il 1458 e il 1509, con periodi di più intensa
attività durante il settimo e l'ultimo decennio del Quattrocento. Si veda M. MARANI-C.
PERINA, Mantova. Le arti, Mantova 1960-1965 (Istituto Carlo d'Arco per la Storia di Mantova), II-i,
p. 109, nota 106, p. 169, nota 32.
ASMn, ba 2444.
Teofilo,
figlio dello sfortunato umanista e diplomatico Pandolfo Collenuccio, era uno dei favoriti della corte dei
Gonzaga; cfr. LUZIO-RENIER, La cultura [...] d'Isabella d'Este, Parte II, pp. 90
ss.
ASMn, ba 2444: "Sonno arrivato stamatina, illustrissimo Principe e patron mio
singularissimo, a Gonzaga dove ho ritrovato maestro Hieronymo (Corradi) aver dipincto e fornito, con
gran galanteria, quelle due città, cioè Roma e Constantinopoli, in modo che avendo lui
facto ben le città e facendo fare la Signoria Vostra ad Polidoro o ad altri, come parerà la
Signoria Vostra, le figure, gli animali e i legni che andaranno ne' mari che vi vanno dipincti,
riuscirà ogni cosa tanto ben del mondo. E però gli ho dato Napoli, acciò possa
finire el principiato lavoro.
Solliciti la Signoria Vostra d'aver Venetia e mandatila al maestro per farla ritrare e puntegiare secondo
l'ordine; e quanto più presto meglio.
Ha facto, oltra di questo el prefato maestro Hiero(n)imo due columne e un pilastro messe a loro che stanno anche benissimo e con ben garbo et è
superba cosa a vedere. El Gisolpho non è anche venuto a far fare l'uscio como mi dixe la
Signoria Vostra. Starò tanto qui che lui venga. E perché la campana del camino della
Camera delle Città, per andare essa fin presso a solaro, impediva che due città non
venivano integre e così una de quelle belle colomne antiche, ho disegnato col dipinctore e col
muratore in modo ch'el si pò senza guastar l'andar del fumo o i marmi sculpti che andavano al
camino, si pò tagliare e scurtare questa tal campana in modo che le due città e la
colomna verranno integre che sarà bellissimo vedere né disdirà niente
(omissis)".
Sono le lettere di Gentile e Giovanni Bellini e di un altro agente dei
Gonzaga, pubblicate da LUZIO, Disegni topografici [...] dei Bellini. Le nuove lettere spiegano che i
dipinti ordinati ai due maestri dovevano servire da modelli per gli affreschi di Corradi. La corrispondenza con i Bellini si interrompe nel dicembre 1493, ma prima di tale data Gentile aveva fornito un
suo schizzo tratto da una veduta del Cairo di proprietà di un collezionista privato e aveva
prestato al marchese un disegno di Venezia eseguito da suo padre Jacopo. L'artista attendeva una
risposta dal marchese, per sapere se quei modelli erano stati giudicati accettabili. Da una lettera inedita
del 7 gennaio 1494 apprendiamo che lo stesso Corradi si era subito recato a Venezia per copiare
personalmente la veduta del Cairo. Risulta anche che il marchese aveva rifiutato il disegno di Jacopo
Bellini e voleva invece una veduta che mostrasse "San Marcho, la piaza, Santo Antonio, San Zorzo,
el Canale de la Zuecha et quelli altri luochi" (Archivio di Stato di Mantova, Busta 2691, Copialettere.
Libro 2, fol. 2v.: gentile comunicazione del prof. Brown). Il proprietario della veduta del Cairo era
Francesco Teldi, evidentemente un esperto di affari egiziani, poiché nel 1504 era stato scelto
per un'importante missione diplomatica ad Alessandria; S. ROMANIN, Storia documentata di Venezia,
Venezia 1853-1861, IV, pp. 426 ss.
Ma alla fine Gentile doveva aver procurato al marchese la
veduta di Venezia che costui desiderava, poiché sappiamo che l'artista continuò a
fornirgli altri prototipi anche in seguito, tra cui una veduta di Genova, che nel 1497 era quasi
terminata; cfr. LUZIO, Disegni topografici. Nel frattempo Francesco Gonzaga aveva cominciato
già dal 1494 a cercare il modello di Parigi; cfr. LUZIO-RENIER, La cultura [...] d'Isabella
d'Este, parte II, p. 89; IDEM, Mantova e Urbino, Torino-Roma 1893, p. 68, nota 3. Il marchese lo
stava ancora cercando nel 1497, quando Giovanni Bellini respinse la sua richiesta di una veduta di
Parigi, adducendo il motivo che egli non era mai stato in quella città. Dalla lettera di Giovanni
Bellini, pubblicata da Luzio, apprendiamo che il marchese gli aveva addirittura inviato la tavola su cui
dipingere la veduta. Se ne può forse arguire che la maggior parte dei modelli inviati a Mantova
dal 1493 in poi consisteva in dipinti su tavola.
Negli inventari delle collezioni dei
Gonzaga, redatti in occasione della vendita a Carlo I d'Inghilterra, figurano parecchie vedute su tela, ma
nessuna su tavola; LUZIO, Galleria dei Gonzaga, p. 100, n. 152, p. 101, nn. 190-191. Esiste invece
una copia della veduta di Firenze di Rosselli - ora a Londra, collezione H. Bier - che risale proprio agli anni della decorazione della "Camera delle
città" ed è dipinta su tavola, di cui però è sconosciuta la provenienza.
Cfr. L. ETTLINGER, A Fifteenth Century View of Florence, in "The Burlington Magazine", XCIV,
1952, pp. 160 ss.
Le fonti del primo Cinquecento ricordano ancora altre vedute situate nelle dimore e
le raccolte dei Gonzaga, a Mantova e a Marmirolo, ma di nessuna di esse si forniscono informazioni
sufficienti per comprenderne il significato; cfr. BROWN, Francesco Bonsignori, pp. 140 ss. e IDEM,
The "Camera del Mapamondo et del Caiero" in the Palazzo di S. Sebastiano in Mantua, in "Jewish Art
Journal", X, 1984, pp. 32 ss.
La "fama" doveva essere una delle prerogative delle
città illustrate al Belvedere. Tale era infatti l'opinione espressa nella guida di Roma del 1510,
dove si scrive che nella villa "civitates Italiae celeberrimae depictae visuntur"; L. ALBERTINI,
Opusculum de mirabilibus novae Urbis Romae, a cura di A. SCHMARSOW, Heilbronn 1886, p. 39.
Anche Anton Kolb citava la "fama" come l'impulso che lo aveva indotto a pubblicare la veduta; v.
sotto.
C. L. FROMMEL, B. Peruzzi als Maler und Zeichner, Vienna-Monaco 1968
("Römisches Jahrbuch für Kunstgeschichte", Beiheft, XI), n. 51. In un suo precedente saggio sulla
Farnesina, Frommel ha dimostrato che la sala venne ingrandita prima di iniziarne la decorazione, e ha
quindi suggerito che ad ordinarne l'ampliamento possa essere stato lo stesso Peruzzi, che voleva
più spazio per i suoi affreschi; IDEM, Die Farnesina und Peruzzis architektonisches Frühwerk,
Berlino 1961, pp. 48 ss. Mi sembra tuttavia più prudente pensare che solo il committente,
Agostino Chigi, avesse il potere di decidere una modifica così costosa del salone principale
della villa. È più probabile che Peruzzi abbia adattato il suo progetto ai nuovi spazi
così ottenuti, proprio come facevano abitualmente gli artisti del Rinascimento, i quali ideavano
i loro dipinti in funzione di cornici architettoniche, scomparti di soffitti o pareti, le cui forme erano
definite ben prima della loro entrata in scena.
A. F. BLUNT, Illusionistic Decoration
in Central Italian Painting of the Renaissance, in "Journal of the Royal Society of Arts", CVII,
1959, pp. 309 ss., in particolare p. 313.
Le scritte si leggono su un'incisione tratta
dal dipinto e riprodotta da ROSSI, Piante icnografiche, tavv. VI-XII. Una trascrizione dei versi e dei
toponimi, ma non dei tituli, è reperibile in FRUTAZ, Piante di Roma, al n. 97. "Lamenti"
come quello contenuto nei versi della veduta di Roma erano utilizzati spesso dal Medioevo in poi, per
sottolineare la fugacità e la vanità dell'esistenza umana; cfr. M. LIBORIO, Contributi
alla storia dell'"Ubi sunt", in "Cultura neolatina", XX, 1961, pp. 141 ss.
La
didascalia di Mercurio adotta una formula più idonea al pianeta che non alla divinità
mitologica. Il verbo illustro significa letteralmente che esso irradia la città. Ma purtroppo il
pianeta Mercurio era in opposizione alla data della leggendaria nascita di Venezia, 25 marzo 421.
L'oroscopo di questa data, che si compilò nel Quattrocento e venne illustrato in molti
manoscritti dell'epoca, pone Mercurio in Ariete; cfr. la riproduzione in M. SANUDO, Le vite dei Dogi,
a cura di G. MONTICOLO, Città di Castello 1900 ("Rerum italicarum scriptores", XXII, iv),
I, p. 5. In realtà, il pianeta in questo giorno era in Pesci (gentile comunicazione del prof. David Pingree), ma la correzione non modifica per nulla l'infausta posizione del corpo celeste. Se ne può
quindi arguire che Jacopo era malinformato dal punto di vista astrologico. L'allusione al pianeta
è probabilmente più un'ostentazione che non l'indicazione di un'autentica conoscenza
dell'astrologia.
Se ne conosce un unico esemplare, conservato nell'Archivio
municipale di Anversa; A. J. J. DELEN, Iconographie van Antwerpen, Bruxelles 1930, n. 11;
BRAUNFELS, Wonsams Kölnprospekt, fig. 71.
Pervenuta in un unico esemplare,
del Maximilianmuseum di Augusta; GEISBERG, Der deutsche Einblattholzschnitt, XXI, nn. 26-37;
un esemplare di altro stato, con le diciture in tedesco invece che in latino, si conservava nel
Kupferstichkabinett di Berlino, ma è andato distrutto durante la seconda guerra mondiale.
"Sigismundus Grym(m) phisicus, & Marcus Vuirsung Ciues August(ae)
Spectatiss(imae) o(mn)ibus bonis qui aliquo August(a)e urbis desiderio tenentur aut fama eius inclita
ducunt(ur), rem grata(m) facere uole(n)tes. Quo uel abse(n)tes aut lo(n)go Interuallo semoti uoti
co(m)potes effecti hacq(ue) pictura oc(u)los pascere possint, Co(mun)i Impensa assentie(n)te autore
plurima excusserunt exemplaria August(a)e. An(no). M. D. XXI."
L'esemplare di
Berlino è riprodotto da GEISBERG, Der Deutsche Einblattholzschnitt, XXXIX, i, nn. 32-40;
BRAUNFELS, Wonsams Kölnprospekt, pp. 115 ss., tav. s.n. alla fine del volume. Ne esiste un altro
esemplare nella collezione De La Gardie alla Biblioteca reale di Stoccolma; COLIJN, Magnus G. De la
Gardies Samling, n. 149.
BRAUNFELS, Wonsams Kölnprospekt, p.
116.
La silografia venne stampata in appendice alla traduzione latina, edita a
Norimberga nel 1524, della seconda relazione delle scoperte d'oltreoceano di Cortes: Praeclara
Ferdinandi Cortesii de nova maris Oceani Hyspania narratio sacratissimo [...] Imperatori [...] M. D. XX.
transmissa, s.l. e d. Una copia, lievemente ridotta di misura, con le didascalie in italiano, fu inserita
nella traduzione italiana del testo latino, La preclara narratione di Ferdinando Cortese della Nuova
Hispagna, Venezia 1524. Nelle prime edizioni della relazione, in lingua spagnola, l'incisione manca.
Per le varie edizioni, cfr. M. TOUSSAlNT-F. GOMEZ DE OROZCO-J. FERNANDEZ, Planos de la
ciudad de México, siglos XVI y XVII, Città del Messico 1938, pp. 93 ss. Le misure
dell'incisione indicate da questi autori (cm. 30x30) si riferiscono alla sola veduta di Tenochtitlan;
l'intera stampa dell'edizione norimberghese misura invece cm. 30x48.
"Res fuerat
quondam pr(a)estans, & gloria summa | Orbis subiectus C(a)esaris Imperio, | Hic longe pr(a)estat, cuius
nunc Orbis Eous, | Et Nouus, atque alter panditur Auspitijs".
Non si conoscono piante
pre-colombiane di Tenochtitlan. Tuttavia, le relazioni del Cortes lasciano intendere che i messicani
sapessero ben disegnare le mappe; per di più, le carte topografiche miniate da artisti indigeni
del Cinquecento dimostrano la piena capacità di rendere gli elementi topografici in scala
approssimativa, e di indicarli con segni convenzionali, capacità di cui quegli artisti erano in
possesso; cfr. E. GUZMAN, The Art of Map Making Among the Ancient Mexicans, in "Imago mundi",
III, 1939, pp. 1 ss.; J. W. BAILEY, Map of Texúpa (Oaxaca, 1579), in "Art
Bulletin", LIV, 1972, pp. 452 ss.
Il segno impiegato dai
cartografi messicani per indicare una città è un tempio, simile nella forma al tempio
della silografia; il segno della città di Tenochtitlan è un tempio al centro di un lago
circolare, in proiezione centrifuga. Si veda l'illustrazione della conquista dei sobborghi di Tenochtitlan,
nel Lienzo de Tlaxcala, del 1550 circa, nella quale la capitale è rappresentata da un tempio con attorno
un lago sulle cui acque si affollano, in proiezione centrifuga, le imbarcazioni dei difensori. Il Lienzo
originale è andato perduto, ma se ne conoscono copie del Cinquecento e dell'Ottocento; cfr.,
rispettivamente, D. MUÑOZ CAMARGO, Descripcion de la Ciudad y Procincia de Tlaxcala [...], a
cura di R. ACUÑA, Città del Messico 1981, fol. 272v. (ristampato in Relaciones geográficas
del siglo XVI, a cura di R. ACUÑA, Città del Messico 1982 ss., IV, Tlaxcala, i, tav. 69), e
Homenaje á Cristóbal Colón. Antigüedades Mexicanas [...] en el cuarto centenario del Descubrimiento
di America, a cura di A. CHAVERO, Città del Messico 1892, II, Lienzo de Tlaxcala, tav.
68.
Si può desumere che una mappa indigena, inviata dal Messico, abbia fornito lo
schema che è alla base della silografia del 1524, e che invece gli altri particolari siano stati
aggiunti da un artista tedesco, data la loro somiglianza con i particolari disegnati dagli incisori tedeschi
per le illustrazioni topografiche degli incunaboli.
Ringrazio vivamente Barbara Mundy, studiosa
della Yale University, per avermi gentilmente fornito numerose informazioni e le citazioni relative
alla cartografia antica messicana.
Esistono degli esemplari a Berlino, Dresda e
Vienna (Albertina e Historisches Museum der Stadt Wien). Cfr. GEISBERG, Der deutsche Einblattholzschnitt, XXIX, nn. 3-7, e HOLLSTEIN, German Engravings, III, p. 226.
Sono
noti tre esemplari, a Oxford Vienna (Albertina) e Zurigo (Zentralbibliothek). Cfr. GEISBERG, Der
deutsche Einblattholzschnitt, XXXVIII, i, nn. 10-11.
La stampa del Vavassore
è pervenuta in un unico esemplare, a Berlino (est); cfr. L. BAGROW, Giovanni Andreas di
Vavassore, Jenkintown, Penn., 1939, n. 1. Quella di Beham è nota in cinque esemplari,
custoditi a Berlino (est), Bruxelles (raccolta Arenberg), Parigi (Louvre), Vienna (Albertina e Hofbibliothek); cfr. GEISBERG, Der deutsche Einblattholzschnitt, XIX, n. 12, e HOLLSTEIN, German
Engravings, III, p. 224. Di Beham si conosce anche una veduta di Monaco di Baviera, eseguita per
ricordare la visita di Carlo V del 1530, pervenutaci in sette esemplari; GEISBERG, IV, nn. 5- 9;
HOLLSTEIN, III, p. 228.
La veduta di Tunisi sopravvive in un unico esemplare,
già nelle collezioni dei principi di Liechtenstein; GEISBERG, Der Deutsche
Einblattholzschnitt, XXXIX, ii, n. 26. Copie della veduta dell'eruzione di Pozzuoli si conservano alla
Houghton Library delI'Università di Harvard, Cambridge, Mass. (riprodotta in The World
Encompassed (cat. mostra di Baltimora, Museum of Art), Baltimora 1952, n. 267, tav. LX), alla
Newberry Library di Chicago e nella Biblioteca reale di Stoccolma (COLIJN, De la Gardies Samling,
n.51).
Esemplari a Budapest e a Vienna (Albertina, Museum der Stadt Wien, Staatsarchiv);
M. EISLER, Der historische Atlas des Wiener Stadtbildes, Vienna
1919 ("Arbeiten des kunsthistorischen Institutes der Universität Wien", XVI), n. 6; riprodotta in
facsimile da A. VON CAMESINA, Plan der Stadt Wien vom Jahre, 1547 vermessen [...] durch A.
Hirschvogel, Vienna 1863. Si veda anche PINTO, Ichnographic City Plan, pp. 47 ss., che non
esamina le circostanze in cui venne eseguita la pianta o la relativa stampa.
"Ghemaeckt ter eeren k. M. ende oock der Eersamen Raedt der selver Stadt ende allen Liefhebberen der
Konste". Ne esiste un esemplare nella raccolta Six e un altro nell'Archivio municipale di Amsterdam;
Catalogus van Amsterdamsche Plattengronden, a cura di E. E. D'AILLY, Amsterdam 1934
(Gemeente-Archief, "Atlas van topographie en historie", I), n. 30.
"Anno 1548 hats
Conrad Morant von Basel, Burger zu Strassburg dem lieben Vatterland zu lob, und allen
werckmeisteren Deutscher Nation zu besondern wolgefallen, abconterfät". Ne sopravvive un unico
esemplare nel Germanischen Nationalmuseum di Norimberga, cfr. H. KÖGLER, Das Basler Stadtbild
um 1535 [...], in Die Kunstdenkmäler des Kantons Basel-Stadt, Basilea 1932 ("Die Kunstdenkmäler
der Schweiz", III), I, pp. 136 ss.
Riprodotta da L. BAGROW, Matheo Pagano, Jenkintown, Penn., 1940, n. 12. Pubblicata per la prima volta, da un esemplare in suo possesso, da E.
BIER, Unbekannte Arbeiten des Domenico delle Greche, in "Maso Finiguerra, Il, 1937, pp. 207 ss.
Ne sopravvive un altro esemplare a Berlino est. Ambedue gli studiosi confondono l'autore della veduta
con Domenico dalle Greche, che ha firmato la celebre silografia del Passaggio del mar Rosso di
Tiziano. Si tratta invece di Giovanni Domenico Zorzi di Modone, come ha dimostrato R. GALLO in
base a documenti d'archivio; Le mappe geografiche, pp 55 ss. Più di recente, M.
Destombes ha passato in rassegna tutte le stampe di carattere cartografico incise da Domenico Zorzi o
pubblicate dal suo editore, Matteo Pagan, ripresentando l'ipotesi che Zorzi e l'incisore del Mar Rosso
siano la stessa persona; La grande carte d'Europe de Zuan Domenico Zorzi (1545) et l'activité
cartographique de Matteo Pagano à Venise [...], in Studia z Dzielow Geografii i Kartografii, a
cura di J. Babicz, Varsavia-Wroclaw 1973 ("Polska Akademia Nauk, Zaklad Historii Nauki i Tekniki,
Monografie z Dziejow Nauki i Techniki", LXXXVII), pp. 115 ss. Va anche osservato che Destombes
fonde insieme le due diverse vedute di Venezia pubblicate da Pagan e i due esemplari noti della veduta
del Cairo. Il suo tentativo di collegare i due incisori di origine greca è poco convincente, data
la frequenza dei casi di omonimia a Venezia e l'assoluta diversità tecnica tra la silografia del
Mar Rosso e le stampe edite da Pagan.
Se ne conserva un esemplare alla Biblioteca
reale di Stoccolma; COLIJN, De la Gardies Samling, n. 64.
L'artista era uno specialista in
vedute di città; cfr. E. HAVERKAMP-BARGMANN, The Spanish Views of A. v. d. Wyngaerde,
in "Master Drawings", VII, 1969, pp. 375 ss. (ristampato in Spanish Cities of the Golden Age: The
Views of A. v. d. Wyngaerde, a cura di R. L. KAGAN, Berkeley-Los Angeles 1989).
Già
nel 1561 l'autore di un commento alla Geografia di Tolomeo negava ogni valore scientifico alle vedute
urbane e dava per scontato che esse rispondessero ad un mero interesse estetico; cfr. sopra, nota
46.
Si veda in Appendice la trascrizione della supplica di Kolb.